....Dove i sorrisi nascono sui volti delle donne

Katari, South of Nepal

 

Nella ricorrenza del magico giorno in cui il dio Shiva creò se stesso, il cuore pulsante della Kathmandu induista è ancora una volta il grande tempio di Pashupati, lungo le rive del fiume Bagmati.

Maha Shivaratri è un giorno speciale non solo perché si contano più di 800 mila pellegrini affluire verso il tempio, ma anche perché soltanto oggi e in onore del “dio distruttore”, quest’area diviene un regno d’oblio e devozione estatica, un luogo dalle leggi proprie, spazio inviolabile di pura liminalità.

I devoti di Shiva, il dio danzante, il benevolo distruttore, sono migliaia in India e in Nepal. Egli è venerato anche nella forma di dio danzante, o in quella lingam, il simbolo fallico in pietra, e rappresenta il dissolversi e il mutare, il continuo disintegrarsi del reale.

Se abitualmente il governo nepalese punisce l’uso e la vendita di marijuana con pene che arrivano fino ad un mese di detenzione, oggi, giorno in cui centinaia di Sadhus, o Baba, pittoreschi asceti induisti, sono giunti dall’India in pellegrinaggio sino alla potente dimora del dio Shiva, è il governo stesso che fornisce a questi uomini trasfigurati la pianta sacra da fumare sino alle prime luci del giorno successivo.

Vi è ancora memoria in città del sollevamento che nel 2005 mosse contro le autorità locali uno stuolo di Babas avvolti nei loro stracci arancioni, i quali lamentavano la cattiva qualità della sostanza psicotropa fornitagli…”Se è questo che ci date, non torneremo più” pare che dicessero, ”Come possiamo emulare il nostro Lord Shiva senza nutrirci di quel che egli stesso si nutre?”

Fumando e fumando ancora, per ore ed ore dall’alba di un giorno sino all’alba seguente, quelli assumono nel loro intento la deliziosa ambrosia che è nutrimento di Shiva, fatto che li trasforma in cibo per il Dio, affinché li inghiotta e liberi infine dai limiti della loro misera vita terrena.

Tutta l’area che circonda il tempio è una calca di uomini e donne, di mendicanti, storpi, lebbrosi che si accalcano e si gettano sui pellegrini allungando le misere braccia per chiederne la carità.

Il tempio è recintato da cordoni di poliziotti armati e da più di 3.000 volontari che organizzano la bolgia in sette interminabili file. “Quanto ci vorrà per arrivare al tempio da qui?” chiediamo un po’ impacciati ad un poliziotto. “Due o tre ore di fila” ci risponde, ma poi ci fa un cenno benevolo e così noi scorriamo avanti, rapidi e leggeri oltre la cortina di bastoni e oltre le centinaia di devoti che si dispiegano in un serpente umano che per altre cinque ore non riuscirà a varcare le porte del luogo di culto.

Quello che vediamo dentro le cinta di Pashupatinath è un bivacco di Sadhu, asceti in vesti gialle ed arancioni (il colore della rinuncia) che impastano fumo e caricano grossi chiloom di terracotta, che cantano o recitano o mettono in mostra le prodezze della propria vita balzana, i loro voti assurdi da convinti rinuncianti: incontriamo lo standing baba, l’uomo che ha fatto voto di non sedersi mai più, il baba dai rasta infiniti, mai tagliati sin dall’infanzia.

E poi trovimo sadhus ricoperti di cenere che dispensano benedizioni a quanti li avvicinano…Un piccolo ashram, un monastero induista nei quali ci insinuiamo un po’ timidamente, è un ribollire di continui preparativi: enormi pentoloni poggiano su fornelli da campo in cucine improvvisate che rigurgitano zuppe di lenticchie gialle, riso bollito e verdura al curry..la nostra attenzione viene catturata da una macina che ritmicamente continua a rimescolare una pasta nera e densa…è bhang, ci fa sapere sollecito un giovanotto appollaiato su un lercio tappetino, un miscuglio di yougurt e hashish che assieme al resto del cibo viene offerto ai devoti come prasad, cibo sacro e votivo.

Incontriamo un uomo australiano di mezza età vestito anch’egli di leggeri panni color arancio; avvicinandoci incuriositi ed attratti gli chiediamo una parola sulla sua scelta di vita, e questo, con pochi giri di parole e povertà di filosofia, con gli occhi gonfi e a mezz’asta dichiara di essere li’ “per raggiungere l’estasi”!

Poi ci imbattiamo in un vecchio indiano pelleossa con lunghi capelli rasta avvolti in una massiccia acconciatura che ci stupisce accennando dal nulla, in un singolare ma comprensibile italiano, un surreale elogio della ridente città di Pistoia…

Siamo avvolti dall’atmosfera incredibile e unica di questo sito peculiare: siamo nel mezzo di un mondo alla rovescia, nella fiera di un’assurda devozione, che trascina tutti in un’onda di torpore e di abbandono, di esaltante e placido delirio, nell’unico giorno dell’anno in cui quel che è illecito diviene lecito e addirittura sacro…

Oggi tutte le strade attorno al grande Tempio Pashupati dedicato al dio Shiva sono sbarrate.Grosse inferriate bloccano il fiume in piena del traffico di Kathmandu, le arterie che di solito sono gonfie di automobili, di moto e di mucche randagie oggi sono dei viali pedonali, dove sfilano leggiadre centinaia di donne in festa.

É il giorno di Teej, grande celebrazione in onore della dea Parvati, moglie del dio Shiva: oggi le donne ne invocano la benevolenza, e la onorano riferendosi ad un episodio leggendario che è rimasto vivamente impresso nella mitologia induista.

Si narra che la bella Parvati, dea che incarna il principio del Femminile, prima di riuscire nel suo intento di sposare il dio Shiva, lo amò follemente per 107 reincarnazioni, digiunando sovente per dimostrargli la profondità del suo sentimento. Dopo questo infinito calvario, Shiva si accorse finalmente di lei nel corso della sua centottesima vita, e sicuro della purezza dell’amore della sua spasimante, nel giorno che oggi si celebra col nome di Teej le chiese di sposarlo!

Tanta fu la gioia di Parvati che dichiarò che qualunque donna avesse chiesto in quel giorno la sua benevolenza, sarebbe stata ascoltata…

Così le donne induiste commemorano questo episodio digiunando il giorno intero in onore di Parvati e vestendosi da spose, ossia con un sari rosso e i loro migliori gioielli, decorandosi le mani con i mehendir di henne e recandosi infine in pellegrinaggio al tempio del dio Shiva per onorarlo e chiedergli felicità per le loro relazioni sentimentali e lunga vita ai loro presenti o futuri mariti!

Ad ogni angolo della strada gruppi festanti di donne cantano e ballano, mentre un lunghissimo fiume rosso di meravigliose Parvati terrene  si snoda lungo le mura della parte interna del tempio, dove solo i “veri” induisti possono entrare, e dove i poliziotti intimano ai fedeli di sfilarsi i sandali prima di varcare  la soglia.

Kathmandu oggi è un tripudio di colore, una rossa città delle donne.

Dobbiamo spedire alla  nostra ONG sostenitrice “aiutare i bambini” le foto e le schede informative dei bimbi che sono arrivati alla nostra casa di Hamro Ghar negli ultimi mesi.

Alcuni di loro, pero’, non vivono ad Hamro Ghar, perchè non tutti vengono dalla strada, loro hanno una casa e abitano con la loro famiglia, quindi noi ci occupiamo di farli andare a scuola, pagando la retta, i libri, i quaderni e le uniformi.

La maggior parte di  loro vive a Tilganga, la baraccopoli che si espande oltre alla strada dove si trova Hamro Ghar.

Assieme a Surendra, sono andata a conoscerli e a visitare le loro case, avvicinandomi alla gente che è nata e che vive a Tilganga.

Benvenuti nella grande officina di raccoglimento e smistamento di rifiuti di Kathmandu!

La maggior parte delle famiglie di questo quartiere vive delle immondizie della capitale nepalese.

Ad ogni angolo ci sono stanze e cortili cariche di rifiuti.

Montagne di scarpe vecchie, di bottiglie di vetro edi  flaconi di plastica svettano qua e là. Un mare di suole e di tappi e di vecchi copertoni tappezza il suolo.

È un impressionante formicaio dove bambini, donne e uomini raccolgono, selezionano, pesano ed impacchettano spazzatura, per poi rivenderla a compratori indiani e cinesi.

I bambini cominciano presto a lavorare, vengono mandati in spedizione in giro per Kathmandu con grossi sacchetti bianchi e con l’ordine di raccogliere preferibilmente un tipo soltanto di rifiuti:

i sacchetti di plastica, per esempio, si vendono a 10 rupie al kilo. Circa 12 centesimi. Le suole di gomma delle scarpe vecchie si vendono, cosí come il metallo delle lattine, che viene compresso in grossi cubi da 10 kili quotati 150 rupie.

Ho parlato con donne che si sono fatte piccole impresarie dell’immondizia. Hanno affittato un po’ di terreno dove immagazinano  rifiuti e poi pagano braccianti all’ora che li organizzino in grossi pacchi standard da pesare sulla grossa bilancia al centro del terreno per poi venderli.

A volte, mandare a scuola un bambino significa per la famiglia perdere due piccole operose manine per la raccolta della spazzatura. Per questo il nostro lavoro di informazione su Hamro Ghar, il nostro girare e proporre i nostri corsi di formazione gratuiti e la scuola, non è sempre colto come un’offerta preziosa, ma è spesso concepita come una privazione di manodopera..

Ci sono eccezioni peró che ci rendono orgogliosi e felici! Sono Puja, Sarigha, Radha, Dinesh e altri bimbi…tanti scolaretti che attraversano orgogliosi la baraccopoli colle loro uniformi e le loro trecce infiocchettate! Parlano della scuola ai loro vicini di casa e agli amichetti della baraccopoli, raccontano loro le lezioni di inglese e di scienze e sognano di diventare un giorno, piccoli grandi uomini e donne di un fiero Nepal…

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