Se la tua vagina parlasse, cosa direbbe ?
E se si vestisse, cosa indosserebbe ?
Cominciando da domande semplici e spiritose, Eve Ensler propone a donne completamente diverse fra loro per storia di vita, età e orgine geografica, di parlare un po’ di « làssotto », illuminando con ironia e sensibilità le storie di tante vagine, e delle loro portatrici.
Alcune raccontano una ritrovata autostima, altre di esser state scoperte dopo anni di abbandono ed indifferenza, altre di come hanno chiuso dolorosamente i battenti, dimenticate in seguito ad aggressioni, o per assurdi timori.
Sono storie di piacere e di dolore, che atterriscono o fanno sorridere, commuovono o amareggiano. Tutte parlano con un linguaggio semplice, diretto ed intimo di cose che siamo abituate a tacere. É una voce che si impadronisce del rapporto tra un me, donna, e un lei, vagina, che è ritrovata con la stessa emozione di un’amica o una sorella lontana. Ci accorgiamo, grazie a un dialogo riscoperto, che in questo rapporto ci sono state troppe intromissioni, voci esterne che pretendevano di dirci cosa era bene e cosa era male. Troppo spesso poi si è trattato di voci maschili.
Il regalo che ci fa questo libro, poi testo teatrale, e poi spettacolo tradotto e messo in scena in 15 paesi, è quello di portare in scena una femminilità aperta, sincera, che parla della vagina, che le da addirittura espressione in prima persona, con la sola intenzione, appunto, di « dare voce ».
É una voce, quella della vagina, che comincia timida, pronuncia qualche parola e poi si tace. Fin’ora non era abituata ad avere tanto spazio di espressione quanto gliene concede Eve Ensler. Ma col passare delle pagine e delle storie, la voce prende forza e più parla, più si accorge che non vorrebbe più smettere, che é stata zitta per troppo tempo, tanto silenzio, da sempre !
Eppure, quanti momenti l’hanno vista protagonista, eroina indiscussa, dea madre. La nascita, l’evento assoluto. Colei che mette al mondo, il passaggio obbligato per ogni essere, umano o animale, il corridoio che porta dal ventre al mondo, dall’etere alla terra, è lei.
VAGINA!. Ecco l’ho detto. VAGINA!. L’ho ripetuto. (Proprio come esordisce Eve Esler.)
Senza timore, vergogna, giudizio. La scena è tutta per lei, silenzio!non mancano momenti in cui la gola si stringe assieme allo stomaco, come nel brano “La vagina era il mio villaggio”, breve e straziante canto ispirato alle testimonianze di donne vittime del così detto “stupro etnico” in Bosnia.
Cade l’ultimo, sciocco, inutile tabù che ancora circonda troppe donne. Ci si esplora, ci si confessa. E’ un inno scritto con uno sguardo al futuro ed uno al passato. Scritto perchè portando luce e diffondendo la sua voce, la vagina, nel mondo, sia un po’ più libera e un po’ più serena, « ma non dite che profuma di petali di rose !», (come dichiara la « vagina incazzata » nel libro ).
Come ha scritto Kota Kinabalu, attrice dello spettacolo in Mali « Se gemere su un palcoscenico significa che ci sarà anche solo un’altra donna che non dovrà più gemere di dolore, che un giorno mia sorella potrà passeggiare nel parco senza paura di essere violentata, che mia nipote potrà crescere in un mondo libero dalla violenza, allora io gemerò …E gemerò un po’ di più ».
Leggete « I monologhi della vagina », andate a teatro a vederlo, fatelo vostro, vi riscoprirete un po’ anche voi !
