Il mese scorso una donna nepalese è morta nel corso del suo ciclo mestruale a causa del tradizionale Chhaupadi. Ne muoiono molte a causa di questa  tragica usanza.

Un radicato pregiudizio costringe le donne nepalesi ad allontanarsi da casa per 7 giorni durante il ciclo. Considerate impure, esse non possono contaminare la casa familiare e sono pertanto recluse in una capanna lontana.

Durante i mesi più freddi, nelle campagne, molte sofforno per le dure condizioni climatiche ed igieniche. A volte la capanna di reclusione è la stalla; prive di protezione, spesso di cibo, capita che siano vittime di abusi sessuali , maltrattamenti, o che siano morse da serpenti e muoiano avvelenate perchè private dei soccorsi.

La situazione è molto migliore qui a Kathmandu, in ambito urbano. Ciononostante, l’imposizione dell’esilio resta. Quel che cambia è la qualità del luogo d’isolamento.

Il lavoro di empowerment femminile in cui HELP/Nepal è impegnata è molto importante per dare una scossa a situazioni difficilmente alterabili come questa, profondamente radicate nell’ideologia locale; nella prassi e nel pensiero religioso.

Se la tua vagina parlasse, cosa direbbe ?



E se si vestisse, cosa indosserebbe ?

Cominciando da domande semplici e spiritose, Eve Ensler propone a donne completamente diverse fra loro per storia di vita, età e orgine geografica, di ­­­­parlare un po’ di « làssotto », illuminando con ironia e sensibilità le storie di tante vagine, e delle loro portatrici.

Alcune raccontano una ritrovata autostima, altre di esser state scoperte dopo anni di abbandono ed indifferenza, altre di come hanno chiuso dolorosamente i battenti, dimenticate in seguito ad aggressioni, o per assurdi timori.

Sono storie di piacere e di dolore, che atterriscono o fanno sorridere, commuovono o amareggiano. Tutte parlano con un  linguaggio semplice, diretto ed intimo di cose che siamo abituate a tacere. É una voce che si impadronisce del rapporto tra un me, donna, e un lei, vagina, che è ritrovata con la stessa emozione di un’amica o una sorella lontana. Ci accorgiamo, grazie a un dialogo riscoperto, che in questo rapporto ci sono state troppe intromissioni, voci esterne che pretendevano di dirci cosa era bene e cosa era male. Troppo spesso poi si è trattato di voci maschili.

Il regalo che ci fa questo libro, poi testo teatrale, e poi spettacolo tradotto e messo in scena in 15 paesi, è quello di portare in scena una femminilità aperta, sincera, che parla della vagina, che le da addirittura espressione in prima persona, con la sola intenzione, appunto, di « dare voce ».

É una voce, quella della vagina, che comincia timida, pronuncia qualche parola e poi si tace. Fin’ora non era abituata ad avere tanto spazio di espressione quanto gliene concede Eve Ensler. Ma col passare delle pagine e delle storie, la voce prende forza e più parla, più si accorge che non vorrebbe più smettere, che é stata zitta per troppo tempo, tanto silenzio, da sempre !

Eppure, quanti momenti l’hanno vista protagonista, eroina indiscussa, dea madre. La nascita, l’evento assoluto. Colei che mette al mondo, il passaggio obbligato per ogni essere, umano o animale, il corridoio che porta dal ventre al mondo, dall’etere alla terra, è lei.

VAGINA!. Ecco l’ho detto. VAGINA!. L’ho ripetuto. (Proprio come esordisce Eve Esler.)

Senza timore, vergogna, giudizio. La scena è tutta per lei, silenzio!non mancano momenti in cui la gola si stringe assieme allo stomaco, come nel brano “La vagina era il mio villaggio”, breve e straziante canto ispirato alle testimonianze di donne vittime del così detto “stupro etnico” in Bosnia.

Cade l’ultimo, sciocco, inutile tabù che ancora circonda troppe donne. Ci si esplora, ci si confessa. E’ un inno scritto con uno sguardo al futuro ed uno al passato. Scritto perchè portando luce e diffondendo la sua voce, la vagina, nel mondo, sia un po’ più libera e un po’ più serena, « ma non dite che profuma di petali di rose !», (come dichiara la « vagina incazzata » nel libro ).

Come ha scritto Kota Kinabalu, attrice dello spettacolo in Mali « Se gemere su un palcoscenico significa che ci sarà anche solo un’altra donna che non dovrà più gemere di dolore, che un giorno mia sorella potrà passeggiare nel parco senza paura di essere violentata, che mia nipote potrà crescere in un mondo libero dalla violenza, allora io gemerò …E gemerò un po’ di più ».

Leggete « I monologhi della vagina », andate a teatro a vederlo, fatelo vostro, vi riscoprirete un po’ anche voi !

Kali è una dea irata che fa parte del pantheon induista.

Icona ricchissima e simbolo forte, è raffigurata come un essere femminile dalla pelle blu o  nera, con quattro braccia. In una mano ha una scimitarra, in un’altra la testa di un demone,  la terza mano si apre a elargire benedizioni e la quarta regge un’altra arma, di solito una lancia o un tridente. Attorno al collo porta una graziosissima collana fatta di teschi, coordinata agli orecchini che sono due teste di demoni. La sua lingua è rosso sangue ed è esposta fino al mento. Il sangue sgocciola anche dalla lingua e sul corpo.

Sovente è  in piedi sul corpo di Shiva, con un piede sul petto e l’altro sulla coscia. In alcune rappresentazioni è nuda, tranne che per i suoi ornamenti, quali una specie di gonna fatta di mani e arti mozzati attorno ai fianchi.

In occidente presa come icona femminista, irata e dominatrice, a causa del suo aspetto guerriero, ma anche per il fatto che il dio Shiva, di solito fiero e distruttore, giace svenuto, o prostrato ai suoi piedi.

In realtà il motivo di questa rappresentazione affonda nel mito induista, archivio interminabile e affascinante. Il mito più famoso recita che

“tanto tempo fa esistevano due demoni potenti e temibili chiamati Shumbhu e Nishumbhu. La loro forza cresceva a tal punto che riuscirono a usurpare il vasto impero del re degli dei, Indra, e poi fino a esiliare tutti gli dèi:Surya, Chandra, Yama, Varuna, Pawan e Agni. Esiliati e afflitti, gli dèi si ritrovarono nel regno dei mortali (la Terra) alla ricerca di una strategia per sbarazzarsi dei demoni definitivamente. Raggiunsero quindi  l’Himalaya, per compiacere il cuore gentile di Parvati, la moglie di Shiva, pregandola di aiutarli nell’impresa. Accettando di aiutarli, dal corpo della Madre Parvati emerse una luce brillante che assunse la forma di una donna chiamata Ambika. La sua uscita dal corpo di Devi Parvati fece sì che essa si trasmutasse in color scuro e nero.La dea comincio’ una danza furiosa e divoro’ infine i corpi di uccisi dei demoni. La sua danza di distruzione continuavaa crescere e nessuno riusciva a fermarla. Fu per questo che Shiva, suo marito, si mescolò tra gli demoni da uccidere. Fu così che Shiva le permise di calpestarlo durante la danza di vittoria, perché questo era l’unico stratagemma rimasto per riportarla alla ragione e prevenire il mondo dalla distruzione totale. Kali Maa, quando vide che stava ballando sopra il corpo del marito, espose la lingua fuori dalla bocca in una smorfia di dolore e sorpresa”.
E’ parzialmente esatto dire la Dea Kali Ma è una dea della morte. Tuttavia, la morte che rappresenta è quella dell’io, della delirante visione ego-centrata della realtà. In nessun punto delle Scritture La si  vede uccidere altro che demoni.

Di tutte le forme divine femminili, Kali è la più compassionevole perché Lei conferisce la liberazione – moksha, ai suoi figli. Lei è la controparte di Shiva. Sono i distruttori dell’illusione, dell’irrealtà. Quando l’ego incontra Madre Kali trema di paura, perché l’ego vede in lei la sua prossima scomparsa. Un individuo che è attaccato al suo ego non sarà in grado di ricevere la visione di Madre Kali e lei appariràspaventosa o in una forma “adirata”. Un’anima matura che si impegna nella pratica spirituale per rimuovere l’illusione dell’io vede Madre Kali molto dolce, affettuosa, e traboccante di amore incomprensibile per i suoi figli.

L’associazone tra la sessualità e la Madre Kali non è fondata sulla tradizione. Nelle storie indù non c’è nulla che la associa alla sessualità. E’ esattamente l’opposto. Kali è una delle poche dee nubili e dedite all’ascesi.

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