Pensando a Bukowski si hanno in mente subito storie che puzzano di alcool e finiscono in cirrosi…

di quelle ti vomitano addosso un disagio schietto e folle…eppure, leggete un po’ quel che ho trovato:

una piccola ma fondamentale confessione di quest’ubriacone svalvolato e blasfemo che mi lascio’ teneramente stupita…

L’uccello azzurro

C’è un Uccello azzurro nel mio cuore che

vuole uscire

ma sono troppo duro per lui,

gli dico : rimani lì, non permetteró a nessuno di vederti.


C’è un Uccello azzurro nel moi cuore che

vuole uscire

ma gli verso addosso whisky e aspiro

fumo di sigaretta

e le puttane e i baristi

e i commessi  del droghiere

non sapranno mai

che lui

è qui dentro.


c’è un Uccello azzurro nel moi cuore che

vuole uscire

ma sono troppo duro per lui

gli dico :

rimani giù :vuoi

scombussolarmi ?

vuoi rovinare tutto il lavoro ?

vuoi far saltare le vendite dei miei libri in Europa ?


c’è un Uccello azzurro nel moi cuore che

vuole uscire

ma io sono troppo intelligente, lo lascio uscire

solo qualche volta di notte

quando tutti sono addormantati.

gli dico : io lo so che ci sei

non devi essere

triste.


poi lo rimetto a posto,

ma lì dentro,

lui canta un poco, non l’ho lasciato

morire del tutto

e dormiamo isieme così

col nostro

patto segreto

ed è bello quanto basta

per far paingere un uomo, ma io non piango, e

tu ?

(Bukowski tradotto da S.Viciani)

Ridimensionato il personaggio? Pare che dentro il burbero cirrotico pulsasse un  cuoricino candido come quello di un bimbo!

Bambini su un tetto del villaggio di Kumì, Burkina Faso

Ascolta più spesso le cose,

che gli esseri.

La voce del Fuoco s’intende,

Ascolta la voce dell’Acqua,

Ascolta nel vento

il cespuglio in singhiozzi:

É il respiro degli Antenati morti

Che non sono partiti

Che non sono sottoterra

Che non sono morti.

Quelli che sono morti non sono mai partiti:

Sono nell’ombra che si dirada

E nell’ombra che si inspessisce.

I morti non sono sotto la terra.

Sono nell’albero che freme,

sono nel bosco che geme,

sono nell’acqua che scorre,

sono nell’acqua che dorme,

sono nella capanna, sono in mezzo alla folla:

i morti non sono morti.

Ascolta più spessole cose

che gli esseri.

Coloro che sono morti

non sono mai partiti

sono nel seno della donna

sono nel bambino che piange

sono nel tizzone che brucia.

Spiriti più forti

che hanno preso

il respiro dei morti

che non sono morti

che non sono partiti

che non sono più sotto la terra

Ascolta più spesso

le cose che gli esseri

e’ il respiro degli antenati.

(da Souffles 1947)

L’autore di questa è Birago Diop (1906 – 1989), poeta senegalese di espressione francofona. Nato nei pressi di Dakar, ebbe un’istruzione coranica e insieme francofona. Giunto a Tolosa per studiare veterinaria entrò in contatto alla fine degli anni ’30 con il movimento della “Negritude” che contava, tra gli altri, Senghor e Césaire. Trasferitosi a Parigi, compose  nel 1942 la prima raccolta di versi Contes d’Amadou Koumba, ispirata alla tradizione orale dei “griots”, cantori popolari senegalesi che manterranno sempre un ruolo fondamentale nella sua produzione. Dopo l’indipendenza del suo paese riprese a Dakar la sua professione di veterinario ed ebbe anche importanti incarichi diplomatici; si dedicò anche all’esplorazione della letteratura africana tradizionale.

In questa poesia emerge il saldo legame che nella religione tradizionale lega la comunità dei vivi a quella dei defunti, fondatori  del gruppo di discendenza. Secondo questa concezione la società dei vivi esiste grazie a quella dei morti, che sono le radici del gruppo e che mantengono un flusso continuo di comunicazione con i loro discendenti. Questi hanno il dovere di mantenere il favore degli avi onorandoli con sacrifici. Se per noi laici la morte segna una cesura netta e inesorabile, non è lo stesso per i Wolof del Senegal, la comunità d’appartenenza del poeta.

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