
Il primo viaggio che m’ ha portato in Africa Occidentale è avvenuto nel 2004.
Sono partita per il Togo assieme ad un’amica grazie alla mediazione di Oikos, associazione romana di volontariato internazionale.
Già in aereo, indagavo fra i discorsi francofoni dei passegeri togolesi diretti a Lomè, cercando di indovinare in quel loro modo generoso di gesticolare e di usare la mimica facciale, cosa mi avrebbe attesa allo sbarco.
Arrivata all’aeroporto, prelevate da una piccola jeep, siamo state imediatamente trasportate lontano dalla capitale Lomè, sù, sù per piccole strade asfaltate che s’arrampicavano lungo un altipiano verdeggiante.
Il paesaggio umano e naturale in cui eravamo immerse mi avvolse inesorabilmente come una pesante coperta calda e umida, accogliente, straniante, protettiva.
É strano, ripensandoci…nella nostra mente occidentale, nutrita da immagini e notizie trasmesse per via mediatica, l’idea che s’associa alla parola Africa ha a che fare col pericolo, la paura, l’emergenza.
Eppure la sensazione che io provai, messi i piedi su quella terra per la prima volta, fu un’istintivo senso di protezione. La sensazione di essere stata afferrata dalle braccia enormi di una madre primordiale…
Era un inspiegabile senso di calma e d’adeguatezza, come se per la prima volta avessi davvero la certezza lampante che ciascuno, me compresa, fosse nel posto giusto e al momento giusto. A ben vedere, questo forse per conseguenza della temperatura altissima del clima togolese, che portava chiunque ad una tendenziale immobilità, una fissità passiva che inchiodava ai sedili, riducendo la mobilità di donne e uomini , rallentandone i gesti e gli sguardi…
Il villaggio al quale eravamo destinate si chiamava Dany Atigba. Un minuscolo agglomerato di case senza il beneficio dell’ acqua corrente, del sistema fognario nè dell’elettricità. I suoi abitanto erano quasi tutti agricoltori, alle prese con una terra spesso ingrata e con un mercato ancor più traditore.
Il mio lavoro era educativo. Dovevo insegnare l’inglese nelle scuole di Danyi. Le classi erano composte da bambini e bambine di tutte le età, perchè era estate, e le classi ridotte, visto che in molti aiutavano i genitori nei campi.
Ricordo le lezioni comparate di inglese, francese ed ewe, la lingua locale. E le canzoni di Bob Marley scritte alla lavagna e spiegate!
La vita a Danyi fu per me una folgorazione. Una scoperta essenziale, un fulmine a ciel sereno.
Fu come scoprire il rovescio della medaglia della mia vita. Di tutto il benessere economico e materiale che esisteva nel mio mondo, a Danyi non sembravano arrivare che dei flaconi vuoti di prodotti diversi e qualche bottiglia di Coca cola. Ricordo che di fronte alla casetta dove ero sistemata colla mia stuoia e il mio saccoa pelo, una donna mi domandava ogni giorno se avevo bevuto dell’acqua minerale (un bene di lusso, s’intende, 500CFa alla bottiglia, circa un euro!) e se potevo consegnare a lei il recipiente vuoto. Un giorno si decise a mostrarmi il grande valore che quelle bottiglie di plastica vuote rappresentavano per lei: era una domenica mattina d’agosto e Amina si dirigeva a piedi verso il mercato del villaggio vicino con un grosso cesto sulla testa. Lo sollevo’ con forza per deporlo a terra e mostrarmi il suo contenuto, ossia decine di bottiglie di plastica piene dell’olio rosso che si estrae dai frutti di palma.
Le mie bottoglie avevano dato slancio alla modesta attività commerciale di una donna sola, una piccola grande imprenditrice. Ce ne sono tante in Togo, Burkina Faso e in tutta l’Africa Occidentale: preparatrici di birra, venditrici di verdure e frutta, sarte e friggitrici di frittelle, le incontri lungo la strada coi i loro mucchietti di manghi o di avocadi e le loro pannocchie da arrostire… donne instancabili che girano piano ma con inesorabile decisione la manovella della microeconomia locale.
